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Pane e glicemia: oltre l’indice glicemico.

  • 5 mag
  • Tempo di lettura: 13 min
Pane a lievito madre: alza davvero la glicemia?

il pane alza la glicemia: una risposta troppo semplice.

Quando cerchiamo informazioni su pane e glicemia troviamo quasi sempre risposte molto nette: il pane alza la glicemia, meglio evitarlo o sostituirlo. 

Diciamocelo, è una risposta che rassicura perché mette ordine e fa sembrare semplice la questione: il pane contiene carboidrati, i carboidrati possono aumentare la glicemia, quindi il pane viene subito letto come un alimento “problematico”.

Ciò che è vero in teoria non sempre si traduce nello stesso modo nella pratica. 

La risposta glicemica non dipende solo dal pane in sé: dipende dal pasto in cui è inserito, dalla composizione di quel pane, dalla lavorazione, dalla fermentazione e dalla persona che lo mangia. 

Sono fattori che sulla carta possiamo separare, ma nella vita reale si sovrappongono.

Questo è il primo articolo in cui unisco due livelli che nel mio lavoro sono sempre stati intrecciati: la panificazione e la nutrizione. Negli anni non li ho mai vissuti come ambiti separati, ma come due modi diversi di leggere lo stesso alimento.

Il tema del pane e della glicemia, in particolare, è stato uno di quelli che più mi ha accompagnata durante la scrittura della mia tesi in biochimica, dedicata alla fermentazione del pane a lievito madre e il suo ruolo nel modello mediterraneo. Tema tutt’altro che semplice e che diventava più articolato man mano che lo si guarda da vicino.

In questo articolo vorrei provare con voi a fare un passo indietro, a guardare questo tema con più attenzione e senza cercare risposte troppo nette; entrano in gioco molti più fattori di quanto sembri.


Il falso mito del pane e del suo picco glicemico.

Ridurre il pane a un allarme per il “picco glicemico” è un modo di leggere il cibo che ignora tutto il contesto. Fa parte, a mio avviso, di quella fastidiosa categoria di errori che porta a cercare alimenti “buoni” o “cattivi” invece di capire i processi. 

Il pane non è una variabile isolata, ma fa parte di un pasto, “inserito” in un organismo che risponde  a quel pasto in modo personale e dinamico. Capite bene che provare a usare strumenti teorici e modelli semplificati per prevedere questa risposta farà subito emergere i primi limiti.


Il problema e i limiti dell’indice glicemico

Cos’è davvero l’indice glicemico

L’indice glicemico (IG) è una misura che indica quanto velocemente un alimento contenente carboidrati aumenta la glicemia nel sangue rispetto a un riferimento standard.

l’IG è un dato sperimentale ottenuto in condizioni molto controllate: alimento isolato, quantità precise, soggetti specifici. 

In parole semplici: si misura cosa succede quando quell’alimento viene consumato da solo, in un contesto fittizio costruito apposta per poterlo osservare.

Ciò è ottimo per la ricerca clinica, ma nella realtà quotidiana, quante volte capita di mangiare un alimento completamente da solo durante un intero pasto? 

Un pasto fatto esclusivamente di pane senza nient’altro è più un esperimento o una rara eccezione che una situazione reale!

Per questo l’indice glicemico è una stima utile, ma va letta per quello che è: una misura teorica. 

Facendo un esempio culinario, è un po’ come assaggiare un ingrediente da solo per capire che sapore ha, sapendo però che il risultato finale dipenderà da come quell’ingrediente verrà inserito nella ricetta e a quali altri sapori verrà abbinato.

Ora vi sarà chiaro comprendere perché quando parliamo di pane e glicemia è necessario andare oltre al concetto di indice glicemico.


Perché non basta l’indice glicemico per capire cosa succede nel nostro corpo

Quando si passa dall’alimento isolato al pasto reale le cose cambiano e sembrano non tornare.

In uno studio pubblicato sul British Journal of Nutrition nel 2004, Anne Flint e colleghi hanno messo alla prova proprio questa idea, confrontando il valore teorico dell’indice glicemico di diverse colazioni con la risposta glicemica realmente misurata. Si trattava di uno studio controllato su pasti misti, quindi più vicino alla realtà rispetto agli esperimenti su singoli alimenti.

Il risultato è stato chiaro: il valore previsto dalle tabelle “teoriche” degli IG dei singoli alimenti non riusciva a descrivere in modo affidabile ciò che accadeva davvero nel corpo. 

La risposta glicemica osservata dipendeva molto di più dalla composizione complessiva del pasto che dal valore teorico del singolo alimento.

Quello di Flint è studio che ha ormai diversi anni, ma che continua a essere citato proprio perché ha messo in evidenza un limite strutturale dell’indice glicemico che la letteratura successiva non ha superato, ma piuttosto confermato in contesti diversi.

Questo non significa che l’indice glicemico sia una stima inutile, ma che non può essere letto come una previsione precisa di ciò che succederà nel nostro corpo.


Che cosa determina la risposta glicemica

Il ruolo del “pasto completo”

Quando il pane viene inserito in un pasto entra in relazione con tutto il resto: proteine, grassi, fibre e quantità complessiva di energia modificano la risposta glicemica. 

Sicuramente avrete trovato e sentito indicazioni del tipo: “aggiungi proteine o grassi e abbassi l’indice glicemico”. 

Questo tipo di indicazione è molto diffusa e piace molto perché sembra così semplice e pratica! 

In realtà non cambia assolutamente l’indice glicemico degli ingredienti: Il pane rimane lo stesso alimento, con le sue caratteristiche e il suo IG.

Cambia semmai la risposta glicemica del pasto nel suo insieme, cioè il modo in cui l’organismo reagisce a quella combinazione di alimenti.

In questo senso ha più significato parlare di carico glicemico del pasto reale, piuttosto che di indice glicemico del singolo alimento.

Uno studio controllato pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition (Meng et al., 2017) ha osservato proprio questo meccanismo: partendo da una base standardizzata di pane bianco, l’aggiunta di proteine riduceva la risposta glicemica, mentre l’aggiunta di ulteriori carboidrati la aumentava. Ciò che emerge chiaramente è che la risposta dipende dalla combinazione del pasto, non da una modifica intrinseca del pane.

Questo studio è particolarmente interessante perché utilizza un modello sperimentale molto controllato (una “challenge meal” costruita apposta per isolare l’effetto dei diversi macronutrienti) e proprio per questo permette di vedere in modo netto ciò che nella vita reale è più difficile distinguere. 

Nonostante lo studio non sia recentissimo rimane uno dei riferimenti più citati su questo tema, perché descrive in modo chiaro un meccanismo che la letteratura successiva ha continuato a osservare: la risposta glicemica è un fenomeno di sistema, non una “proprietà fissa” dell’alimento.

Per me è una differenza sottile, ma importante, perché spiega che non stiamo “abbassando l’indice glicemico del pane”, ma cambiando il contesto in cui quel pane viene consumato. 

Continuare a leggere tutto in termini di “aggiusto l’alimento” si perde a mio avviso il punto più importante: è il pasto, nel suo insieme, che determina la risposta glicemica.


Il ruolo della farina nel pane.

Non tutto il pane è uguale, lo sappiamo bene, anche quando sembra simile. 

La struttura fisica del prodotto, la lavorazione e il grado di integrità del cereale influenzano il modo in cui i carboidrati vengono resi disponibili durante la digestione e quindi la risposta glicemica.

Attenzione ad un dettaglio: qui per “digestione” non intendo la sensazione soggettiva di digerire meglio o peggio un alimento. Intendo un processo più specifico, cioè quanto rapidamente l’amido viene scomposto e reso assorbibile nel nostro corpo. È un passaggio che riguarda l’accesso degli enzimi agli zuccheri e la velocità con cui questi entrano in circolo, non la percezione di leggerezza o pesantezza dopo il pasto.

Per “struttura”, invece, non si intende semplicemente se un pane è integrale o meno; anche all’interno dei pani integrali possono esserci differenze molto importanti.

Non conta solo la presenza della fibra, ma come il cereale è stato lavorato. 

Un chicco può essere macinato fino a diventare una farina molto fine, in cui l’amido è completamente esposto, oppure può essere lavorato in modo da mantenere una parte della sua struttura più integra.

Queste diffenenti macinazioni cambiano quanto facilmente gli enzimi digestivi riescono ad accedere all’amido; più l’amido è esposto, più rapidamente viene scomposto, più rapidamente entra in circolo; più è “intrappolato” nella struttura del cereale, più il processo è graduale e più la risposta glicemica sarà gentile.

Questo concetto emerge chiaramente nello studio pubblicato su Diabetes Care (Reynolds et al., 2020): pani integrali con composizione nutrizionale simile possono avere risposte glicemiche molto diverse, perché la loro struttura interna non è la stessa.

In altre parole, “integrale” non descrive un comportamento unico: due pani integrali possono comportarsi in modo diverso proprio perché il cereale è stato trasformato in modo diverso.

Non stiamo parlando di un confronto tra “bianco” e “integrale”, ma tra pani integrali che, sulla carta, sembrerebbero equivalenti.

Il risultato mette in discussione una delle semplificazioni più diffuse: “integrale = migliore per la glicemia”.  Non sempre è così, o almeno non in modo automatico. 

Non tutti i pani definiti “integrali” sono strutturalmente uguali: anche all’interno di questa categoria esistono differenze importanti legate al tipo di farina e al modo in cui è stata ottenuta. È una variabile che merita un approfondimento a parte e che analizzeremo in un articolo dedicato.

Una precisazione importante: ciò che vi ho raccontato in questo paragrafo non significa che si debba iniziare a cercare in modo ossessivo “l’integrale perfetto” o complicare eccessivamente le scelte quotidiane. 

Un buon pane integrale, ottenuto da una farina realmente integrale macinata a tutto corpo, tende in generale ad avere una risposta più graduale, ma quello che stiamo facendo qui è osservare una singola variabile, non definire una regola assoluta.

Il punto non è creare nuove rigidità, ma evitare semplificazioni fuorvianti. Dire che “l’integrale è sempre la scelta migliore” rischia di nascondere la complessità reale, così come lo è pensare che tutto si giochi su questo aspetto.

La differenza, come abbiamo visto, la fa il contesto: la composizione del pasto nel suo insieme, le quantità, le combinazioni e la persona che lo consuma. La struttura del pane è una variabile importante, ma rimane una parte del quadro, non il quadro completo.

Tenere insieme questi livelli permette di non farsi ingannare da messaggi troppo netti e, allo stesso tempo, di non rendere l’alimentazione inutilmente complicata.


Il ruolo della persona

C’è poi un elemento che cambia completamente la prospettiva: la persona che mangia quell’alimento nel contesto di quel pasto.

Uno degli studi più citati su questo tema è quello pubblicato su Cell (Zeevi et al., 2015) che ha analizzato la risposta glicemica in circa 800 individui, monitorati attraverso sistemi di misurazione continua della glicemia e raccolta dettagliata dei pasti. 

Si tratta di uno studio osservazionale prospettico con un livello di approfondimento molto elevato, che ha permesso di analizzare la risposta glicemica in condizioni di vita reale, non solo in laboratorio.

Il risultato più rilevante è che persone diverse possono avere risposte glicemiche molto diverse allo stesso alimento. In alcuni casi lo stesso cibo produceva un aumento marcato della glicemia in un individuo e una risposta molto più contenuta in un altro.

Il punto di forza di questo studio è proprio la dimensione del campione e la quantità di dati raccolti, che hanno permesso di superare l’idea di una risposta “media” valida per tutti. 

È importante qui ricordare che si tratta di una coorte osservazionale, sviluppata inizialmente su una popolazione specifica, e non di uno studio interventistico centrato su un singolo alimento come il pane.

Questo non indebolisce il messaggio, ma lo inquadra correttamente: non esiste un effetto glicemico universale valido per tutti in risposta ad un alimento. La risposta dipende anche da chi mangia, non solo da cosa mangia.


Il ruolo del lievito madre nella risposta glicemica

A questo punto dovrebbe essere chiaro che non esiste un unico modo in cui il pane si comporta nel nostro corpo; anche all’interno della stessa categoria possono esistere differenze significative, legate alla materia prima e alla lavorazione. 

Nel racconto più diffuso, però, c’è un elemento che sembra mettere tutti d’accordo: il lievito madre.

Il lievito madre è spesso associato a una migliore risposta glicemica, ma anche qui il rischio è trasformare una tendenza in una regola assoluta.

In uno studio pubblicato su Acta Diabetologica (Maioli et al., 2008) il pane a lievito madre è stato confrontato con pane lievitato con lievito di birra in un gruppo di 16 soggetti con alterata tolleranza al glucosio. 

Si trattava di uno studio controllato su risposta acuta, quindi costruito per osservare in modo diretto cosa succede dopo il consumo dei due prodotti nello stesso individuo.

Il risultato ha mostrato una risposta glicemica e insulinica più contenuta con il pane a lievito madre, soprattutto nelle prime fasi postprandiali. 

Questa risposta più contenuta è un dato interessante e il fatto che sia ottenuto in un contesto controllato rafforza la qualità dell’osservazione.

Allo stesso tempo è importante capire cosa questo studio dimostra e cosa non può dimostrare. 

Il campione è molto piccolo e specifico, limitato a soggetti con una condizione metabolica particolare e lo studio si basa su una singola formulazione di pane. 

Non sappiamo, ad esempio, quanto di questo effetto dipenda dalla fermentazione in sé e quanto da altre caratteristiche del prodotto utilizzato; entrano in gioco le variabili che abbiamo visto prima. Anche a parità di lievito madre, il tipo di farina, il grado di raffinazione e la struttura del prodotto possono modificare in modo significativo la risposta glicemica. 

Un pane bianco a lievito madre e un pane integrale a lievito madre non sono necessariamente equivalenti dal punto di vista metabolico, così come due pani apparentemente simili possono comportarsi in modo diverso a seconda di come sono stati lavorati.

A questo punto vale la pena fermarsi su una domanda che complica volutamente le cose: cosa succede se il confronto non è più tra pani simili? Un pane bianco a lievito madre e un pane integrale a lievito di birra si comportano allo stesso modo? Quale dei due produce una risposta glicemica più contenuta?

È ovviamente una provocazione e non una domanda a cui si può rispondere in modo automatico, proprio perché entrano in gioco più fattori contemporaneamente: il tipo di farina, la presenza di fibre, la lavorazione, la fermentazione e il contesto del pasto.

Questo il punto: quando si isolano singole variabili si perde la visione d’insieme; senza questa visione il rischio è quello di cercare risposte semplici a domande che semplici non sono.

Lo studio suggerisce una possibilità, non una regola universale. Il lievito madre può contribuire a modulare la risposta glicemica in alcuni contesti, ma non è una garanzia automatica e non può essere isolato dalle altre caratteristiche del pane.


Questo è anche uno dei casi in cui è facile trasformare un risultato interessante in una conclusione troppo ampia. 

Il lievito madre viene spesso presentato come una soluzione automatica per migliorare la risposta glicemica, ma la letteratura non supporta una lettura così lineare.

Studi come quello di Maioli sono utili proprio perché permettono di osservare un effetto in condizioni specifiche. Osservare un effetto non significa d’altra parte poterlo estendere a tutti i contesti, a tutte le formulazioni di pane o a tutte le persone.

Il rischio è quello di prendere un dato reale e trasformarlo in una scorciatoia interpretativa: “lievito madre = glicemia più bassa”. 

In realtà, come abbiamo visto, la risposta glicemica dipende da un insieme di fattori e il lievito madre è solo una delle variabili possibili.

Per questo è importante leggere questi studi per quello che mostrano davvero, senza caricarli di significati che non possono sostenere.


Pane e glicemia: cosa detrmina la risposta glicemica
Determinanti della risposta glicemica

La risposta glicemica che si osserva dopo il consumo di pane non dipende esclusivamente dall’alimento in sé, ma è il risultato dell’interazione tra più livelli.

Al primo livello l’alimento "pane" fornisce un’indicazione teorica attraverso l’indice glicemico, che rappresenta una stima ottenuta in condizioni controllate e su alimento isolato.

Quando il pane viene inserito in un pasto reale entrano in gioco ulteriori variabili: la presenza di proteine, grassi, fibre e la quantità complessiva di energia modificano in modo significativo l’andamento della glicemia postprandiale.

A questo si aggiunge un terzo livello, rappresentato dalla persona: caratteristiche individuali come il metabolismo, la sensibilità insulinica e il contesto fisiologico determinano una variabilità della risposta che non può essere prevista a partire dal solo alimento.

La figura sintetizza quindi un passaggio chiave: la risposta glicemica è un fenomeno multifattoriale che non può essere interpretato in modo corretto considerando il pane come elemento isolato.


Un nuovo sguardo su pane e glicemia.

Non esiste una risposta unica.

Se si mettono insieme questi elementi emerge un quadro molto più complesso di quello che siamo abituati a vedere. Non esiste una risposta unica alla domanda “il pane alza la glicemia?”, ma esistono contesti, combinazioni, caratteristiche del prodotto e differenze individuali.

C’è però un passaggio ancora più importante da fare a mio avviso: fermarsi sulla domanda stessa. 

“Il pane alza la glicemia?” è una domanda costruita in modo fuorviante.

Il pane alza la glicemia, sì. 

Come la alzano tutti gli alimenti che contengono carboidrati ed è normale che sia così: è una risposta fisiologica, non un errore del corpo. Se la glicemia non si alzasse dopo aver mangiato, ci sarebbe un problema ben più serio.

Il punto, quindi, non è se la glicemia si alza, ma come si alza: con quale velocità, con quale intensità, in quale contesto e in quale persona. Entrano quindi in gioco tutte le variabili che abbiamo visto: il tipo di pane, la composizione, il pasto nel suo insieme, le caratteristiche individuali.


Un nuovo modo di guardare il pane.

Come sempre succede, cercare una risposta semplice a una domanda complessa porta inevitabilmente a conclusioni parziali.

Il pane non è riconducibile a un indice glicemico unico, a una categoria uniforme; è un alimento inserito in un sistema più ampio, che include il pasto e la persona.

In altre parole, il pane non ha un effetto glicemico unico, ma la risposta dipende da come viene inserito nel pasto, da come è stato prodotto e da chi lo consuma.


Cosa portarsi a casa da questo articolo.

  • l’indice glicemico è una stima, non una previsione completa

  • il pasto modifica in modo significativo la risposta glicemica

  • la risposta varia da persona a persona

  • dopo un pasto la glicemia si alza: è una risposta fisiologica che permette al corpo di attivare i meccanismi di utilizzo e regolazione degli zuccheri


Potremmo iniziare a osservare come il pane si inserisce nel nostro pasto e nel nostro contesto, smettendo di leggerlo come un elemento isolato.

Sarebbe bello restituire al pane il suo ruolo come parte di un sistema più ampio, che ha radici culturali e nutrizionali profonde. 

Nel modello mediterraneo il pane non è un’eccezione, ma uno dei cibi che contribuiscono all’equilibrio complessivo dell’alimentazione, grazie anche alla varietà di cereali che possiamo utilizzare per prepararlo.

Significa anche uscire dalla logica del “sì o no” e iniziare a ragionare in termini di contesto, qualità e variabilità; non esiste un solo tipo di pane, così come non esiste un solo modo di mangiarlo.

La risposta sta nella relazione tra alimento, pasto e persona; in questa relazione si costruisce un equilibrio che non demonizza, ma ci insegna a scegliere con criterio lasciando spazio alla varietà.

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Mi chiamo Giulia Maria Bielli e Pane e Radici è lo spazio in cui mi occupo di panificazione a lievito madre.

Sono diplomata in Alta Formazione Panificazione in CAST Alimenti e laureata con lode in Scienze dell’Alimentazione, con una tesi in biochimica sul ruolo del pane a lievito madre nel modello mediterraneo.

Sto completando il mio percorso magistrale in Nutrizione Clinica, con un focus sulla prevenzione e una tesi in ambito statistico ed epidemiologico sui marcatori genetici emergenti del rischio cardiovascolare.


Lavoro ogni giorno con persone che fanno il pane in casa e che, superata la fase iniziale, si trovano spesso bloccate: sanno fare pane, ma non riescono a capire perché alcuni difetti continuano a ripresentarsi.

Nel tempo ho capito che il problema raramente è l’impegno o la tecnica, ma la mancanza di una lettura chiara del processo. Nei miei corsi accompagno i panificatori domestici a comprendere davvero cosa succede nell’impasto, mettendo ordine tra pratica e teoria.


Se vuoi iniziare a guardare il tuo pane con occhi diversi e mettere davvero le mani in pasta, puoi dare un’occhiata ai miei corsi di panificazione.

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di Giulia Maria Bielli

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